Guarda, vedi, tocca, annusa, gusta la missione!

Adiós, Poopó!

Tra scatole e valigie
Di nuovo, più o meno nella stessa epoca dell’anno: nella seconda metà di novembre mi ritrovo a inscatolare libri e altre cose, questa volta a Poopó (l’anno passato nel Chaco argentino, vedi il post “Un korogocho di cachibachi”). Sono venuta a visitare le sorelle, che a fine anno 2013 lasceranno il paese dei minatori (già leggerete questo post quando la casa ha chiuso i battenti). Mi rimbocco le maniche e do una mano in questa impresa sempre molto triste: lasciare una missione è lasciare un pezzo di anima, e questo fa soffrire.

la vista del paese, con l'antica chiesa

Poopó: breve storia missionaria
Le sorelle sono arrivate a Poopó attraverso quegli strani incroci della vita (e dei disegni divini) che una non si aspetta: il Consiglio Generale visita vari paesi dell’America Latina per una nuova apertura, e due consigliere generali passano anche in Bolivia. La scelta cade su Venezuela, però – passando in Poopó – le sorelle non rimangono tranquille: il luogo è tanto povero e bisognoso di cure, che pensandoci bene chiedono alle sorelle della regione Argentina di aprire lì, ed esse accettano. Erano gli inizi degli anni Novanta.
Oggi dicono che il paese è irriconoscibile: per un tempo si pensava che sarebbe scomparso, perché le miniere stavano chiudendo, poi hanno trovato altre vene di minerale, ed è rifiorito alla grande. La gente vive in condizioni migliori, nonostante “i poveri li avrete sempre con voi” (diceva il Nazareno). Le strade del centro sono pavimentate, c’è stato un investimento per sviluppare il turismo (soprattutto legato alle acque termali).

il fiume contaminato dall'attività mineraria

Poopó incrocia la mia storia
Ero all’inizio del mio cammino formativo nell’Istituto, quando ho sentito suor Gabriella (all’epoca era la Superiora Generale) parlare del lavoro missionario in Poopó, e mi sono entusiasmata. Da allora ho sempre desiderato poter vivere la missione in Bolivia, un paese che mi ha sempre attratto molto. Potete immaginare come ero felice quando la stessa Gabriella mi ha detto: “Che ne dici, Stefy, se ti mandiamo in Bolivia?”. Ho saltato di gioia per giorni e giorni! Ho fatto le valigie nel dicembre 2011 e poi… ho dovuto aspettare 14 mesi per toccare il suolo sacro boliviano. Ma i cammini erano cambiati, e la mia missione è Vilacaya.

Gli oggetti parlano
Mi guardo attorno, apro cassetti e armadi, e tutto mi parla di una presenza ultra ventennale: nella biblioteca ci sono tanti libri sulla cultura andina, segno del gran rispetto e attenzione che le sorelle hanno nutrito verso i costumi e le credenze di questo popolo. Ci sono grammatiche quechua, dizionari, che testimoniano lo sforzo per comunicare anche verbalmente all’altezza della gente. Fascicoli e scritti di pastorale, delle Comunità di Base che le missionarie hanno seguito con discrezione e costanza per decenni, oltre alla gestione della Parrocchia in tutte i suoi ambiti pastorali. I libri di economia domestica parlano dell’impegno delle suore con le donne, e quelli scolastici dell’ultimo grande sforzo degli ultimi anni: dare un sostegno didattico ai bambini più disagiati e poveri.

con suor Iliana e suor Gabriella, nella mia prima visita (maggio 2013)

Adios, Poopó!
Adios, Poopó! Primo sogno missionario, luogo che ho raggiunto quando il mio cuore già si era appassionato per il servizio in Vilacaya! Grazie per avermi fatto sognare, grazie per aver aperto il cuore ed accolto tante sorelle che qui hanno dato il meglio di sé, e che ora lavorano altrove, e due di esse già godono della vita piena in Paradiso.

Questa è la missione… nei nostri documenti di Istituto spesso sta scritto: “Saper andare, rimanere… saper lasciare quando la missione ci richiede in altri luoghi più bisognosi…”. Continuiamo il nostro nomadismo missionario, ma non senza gettare radici! Altrimenti, non sarebbe così complicato chiudere una missione… 

Adiós, Poopó! Adiós, Poopó! Reviewed by Stefania Raspo on 01:00 Rating: 5

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